Mi chiamano (Alex) Cortez…
…Ma all’anagrafe sono Alessio Cortesia.
Nato a Treviso, cresciuto tra nebbia, silenzi e sogni che sembravano troppo grandi per una provincia troppo stretta.
La mia storia con l’hip hop non inizia con un microfono in mano, ma con una bomboletta spray. Era il 1999 quando ho deciso di lasciare il writing. I muri mi avevano insegnato il rispetto, lo stile, la firma. Ma sentivo che le parole dovevano fare un salto: non più solo colore, ma voce. Così ho inciso il mio primo demo, Pare che ne sappia. Un titolo che suonava quasi come una provocazione, ma dentro c’era tutto: fame, studio, ossessione.
Treviso non era New York, non era Milano. Ma era (e spesso è ancora) casa. E nell’underground italiano di fine anni ’90 bisognava meritarsi ogni ascolto. Non c’erano scorciatoie, solo jam, centri sociali, scantinati e chilometri macinati per portare un pezzo live davanti a cinquanta persone vere.
Con il collettivo Antrofamily ho trovato una famiglia musicale prima ancora che artistica. Con loro sono arrivati Nuovi Sentieri nel 2001 e Sottoterra nel 2003. Erano progetti che profumavano di collettivo, di condivisione, di barre scritte insieme fino a notte fonda. Lì ho imparato che il rap è anche confronto: qualcuno che ti dice “questa rima è debole” e ti costringe a riscriverla meglio.
Nel 2006 ho sentito il bisogno di metterci il mio nome sopra, senza filtri. È nato Pulp Fiction, prodotto principalmente da Zonta. Un disco sporco, crudo, diretto. Boombap vero. Campioni scavati nel soul, nel blues, nel jazz. Batteria secca, rullanti che schioccano come porte sbattute. Ogni traccia era un fotogramma, ogni strofa un racconto. Non mi interessava seguire mode: volevo costruire un suono che resistesse al tempo.
Nel 2011 sono tornato con Giovani Carini e Disoccupati, realizzato con Delzo. Un titolo ironico, ma tremendamente reale. Raccontava una generazione sospesa, talentuosa ma precaria, piena di sogni e poche certezze. Dentro quel disco c’era maturità, ma anche inquietudine.
Poi è arrivato il silenzio.
La perdita di un mio grande, grandissimo amico fraterno, di un mio vero e proprio compagno di viaggio, ha cambiato tutto. Ci sono dolori che non si trasformano subito in rime. Ci sono assenze che ti tolgono la voce. Ho rallentato, mi sono allontanato dalla scena. Non dall’hip hop, ma dal palco. Ho continuato a creare, però in altri modi: libri, grafica, progetti visivi. L’arte non mi ha mai lasciato, ha solo cambiato forma.
Mi chiamano (Alex) Cortez perché non ho mai smesso di credere nella cultura hip hop forse l’ho solo plasmata su di me. Per me rappresenta identità, ricerca, rispetto delle radici. Il mio stile è e resta boombap. Non per nostalgia, ma per scelta. Amo i beat costruiti con campioni raffinati, le influenze soul che scaldano, il blues che graffia, il jazz che respira. Amo lo storytelling, i riferimenti nascosti, le immagini che si aprono solo a chi ascolta davvero.

Non ho mai rincorso il mainstream. Ho rincorso la coerenza. Non ho mai cercato il rumore. Ho cercato il peso delle parole.
Oggi, se mi guardo indietro, vedo un percorso fatto di capitoli diversi: writing, collettivo, carriera solista, silenzio, rinascita interiore. Ogni fase mi ha costruito. Ogni caduta mi ha insegnato qualcosa.
Mi chiamano (Alex) Cortez. Sono figlio orgoglioso e a volte incazzato della provincia che ti insegna a lottare, e se torno a scrivere è perché ho ancora storie da raccontare.